Domenico  Signorello – Biografia

 

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 LA VITA IN UN AUTORITRATTO

 

 

L'artista Domenico Signorello nasce nel 1940 a Belpasso, in provincia di Catania, nella casa dei suoi antenati, costruita dal nonno. Il padre fa il calzolaio e la madre è una ricamatrice. È quest'ultima ad accorgersi del precoce "genio artistico" dell'infante Domenico che viene trovato a soli quattro anni seduto a terra, a ricopiare, con la carbonella sul pavimento, un vecchio quadro di "Madonna" appeso alla parete, elaborato in modo assolutamente adulto, come un artista già di esperienza.

 

Con non pochi sacrifici, la madre capite le strabilianti capacità del suo primogenito, si trasferisce con i suoi altri tre figli a Catania per fare intraprendere a Domenico l'allora scuola superiore "Istituto statale d'arte", dove fu ammesso grazie alle sue alte capacità artistiche, nonostante non avesse conseguito la licenza di terza media.

 

L'artista, trasferitosi in città dalla campagna, incontra parecchie difficoltà sopratutto nell'ambiente - "artistico/scolastico" catanese - degli anni sessanta, composto da artisti per lo più pieni di se e da alunni appartenenti a stati sociali medio - alti.

Così, se da un lato l'allora giovane e "forte" artista Domenico Signorello viene ampiamente motivato per le sue straordinarie doti artistiche a inserirsi nel nuovo ambiente, contemporaneamente si trova catapultato in “situazioni” più grandi di lui senza nessuna guida e protezione - infatti entrerà a far parte della cerchia di quei giovani che poi diverranno odierni maestri come: Giuseppe Leanza, Antonio Santacroce, Luciano Schifano, Silvio Signorelli, Pippo Di Giunta, e il conosciutissimo attore Leo Gullotta: tutti frequentanti la stessa classe insieme all’artista Domenico Signorello.

 

Potremmo citare anche altri, allora giovani studenti dell’Istituto Statale d’Arte di Catania, presenti in quegli anni (1960/1962), come per esempio, l’odierno pittore e scultore Salvatore Tropea, - e altri ancora, odierni maestri catanesi -, tutti formatisi quindi in un clima di pieno fervore artistico grazie ai grandi nomi degli allora insegnanti/maestri d’arte componenti la cosiddetta “Scuola di Catania”  come:

 

Nunzio Sciavarrello (1918),

Francesco Ranno (1907-1986),

Carmelo Comes (1905-1988),

Pippo Giuffrida (1912-1977).

 

Uno dei tanti aneddoti raccontati, vede l’artista Domenico Signorello durante gli anni (1960-1962), partecipare a una mostra insieme ai compagni di classe Luciano Schifano e Giuseppe Leanza, con un suo quadro che viene recensito con un articolo sul quotidiano “ La Sicilia” dal noto giornalista Indro Montanelli. Lo stesso quadro è poi acquistato dal noto giudice Paglialunga di Lentini. Quando l’allora preside dell’Istituto d’Arte, lo scultore catanese M. M. Lazzaro ne venne a conoscenza ci tenne a voler vedere, personalmente, l’opera del suo studente che aveva riscosso così tanto successo.

 

Pertanto, nonostante le condizioni favorevoli, e i riconoscimenti artistici riscossi, contemporaneamente, il giovane Domenico è sottoposto a parecchie angherie e gelosie suscitate dalla sua arte e dagli incoraggiamenti che stava ricevendo.

In questo vortice di contraddizioni sociali/culturali e familiari, l’artista Domenico a un anno dal diploma (allora di soli tre anni) abbandona gli studi, facendo la valigia ed emigrando all'estero all' insaputa dei familiari.

 

Da qui inizia per l'artista un susseguirsi di vicende in continua contraddizione.

Passa da una città all'altra, del Nord - Italia; vive tra Francia, Olanda e Germania e in diverse città dell'Europa. Per sopravvivere farà l’operaio prima alla Fiat di Torino e in seguito alla Wolswaghen in Germania.

In concomitanza fa diverse mostre e annovera targhe e "targhette" (riconoscimenti che ben presto egli schiverà fuggendo il facile fascino delle mode e gli allettanti richiami alla notorietà).

Continua sempre a disegnare dal vero tutto ciò che vede, ma sopratutto quei luoghi così diversi dal suo paese di origine: famose le vedute dei tetti e delle strade imbiancate e “fredde” della Germania, come anche le campagne dell'Olanda, dove si ravvisano nella preziosità dell’accurata trama segnica, e nella sapienza del dosaggio dei neri e dei grigi una corrispondenza con certe incisioni fiamminghe e olandesi (Rembrandt). Numerose anche le vedute urbane dei caseggiati bianchi della cittadina Wolfsburg, dove riecheggiano nel segno largo e nei colori puri le tele espressioniste di Kirchkner. Di questa cittadina della Germania ne ha disegnato anche il castello, facendolo riemergere tra colori nebbiosi di noldiana memoria.

Tantissimi sono ancora i disegni di Domenico Signorello delle vie caratteristiche di Catania con vedute dall’alto e riprese di tetti, vie e palazzi vetusti, dipingendoli col nero rovente dei loro muri di pietra lavica di cui sono fatti, in contrasto con i cieli e le palme, inondati dalla luce tersa della Sicilia. Sicilia, che ritorna nei disegni della sua amata Belpasso, delineata con segni sicuri e decisi alla ricerca di prospettive e profondità del paese etneo.  E tra le sue campagne e sciare ha scoperto il fascino agreste di una casetta diroccata, al punto di riproporla in una serie di piccoli e preziosi dipinti. Come anche le solitarie nature morte con oggetti di uso quotidiano e vasi con fiori.

Infine la sua principale e primordiale ricerca mai abbandonata, l'autoritratto, motivata dallo stesso artista, quando gli si chiede come mai la sua miriade di autoritratti, egli risponde:

 "In assenza di modelli, disegno me stesso".

Denotando forse in questo modo, la solitudine inconscia originata dalle contraddizioni della sua stessa vita - sempre più isolato dai movimenti di gruppo e dalle consorterie della pittura ufficiale - segue una ricerca appassionata e profonda della propria personalità -.

 

L'artista si sposa a Catania nel 1972 e all'indomani si trova già a Torino, dove nel 1973 nasce la sua primogenita (Stefania), poi si sposta quasi immediatamente in Germania, dove nel 1978 nasce la seconda figlia.

Ma nel 1982 è a Catania, dove si separa dalla moglie subendone un duro contraccolpo.

Negli anni ottanta trascorre la sua vita tra Catania e la Germania, fino ai primi anni  novanta, quando si "ritira" definitivamente nella casa natale alle pendici dell'Etna, vivendo di stenti per dedicarsi esclusivamente alla sua arte, escludendo le distrazioni e le preoccupazioni legate al vivere comune del quotidiano - proprio per conseguire la famigerata “tranquillità” negatagli - portando così alle estreme conseguenze i suoi autoritratti.

Lo stesso artista dice:

 

"vedo nei miei ultimi autoritratti qualcosa che sparisce, confrontandoli con quelli che disegnavo un tempo - in questi ultimi - è come se lo sguardo comunichi il nulla, oppure l'incerto futuro, come profetica avvisaglia che niente di buono possa più accadere".

Rivelandosi, anche per quest'ultimo motivo, artista del contemporaneo.

 

Nei suoi dipinti si evidenzia l'espressione che cambia, da forte a indecisa, privilegiando sempre lo sguardo che comunica.

L'espressione del volto, è univocamente unita al luogo, al tempo, alla luce e quindi alla vita stessa, ne identifica il trascorrere, il cambiamento, e per ultimo, l'incertezza - quella trovata dall'artista nella recente produzione - come raffigurazione di uno sconcerto sfuggente -, perché questo tempo presente cambia troppo velocemente.

Questi quadri, così, si datano e si firmano da se stessi: l'autore è il quadro stesso, fatto dal suo tempo. Il tempo è lo sguardo dell'artista, la vita stessa: "L’attimo vivo" di cui egli "parla".

 

L'artista afferma di sentire la massa e di fare risaltare la forza del volume, privilegiando, nell’autoritratto, lo sguardo che deve "parlare"; quindi, tanti tenaci autoritratti che hanno diverse espressioni e che devono trasmettere “qualcosa”: denominato dallo stesso artista, "lo sguardo vivo" - perché legato all’attimo presente e irripetibile, della luce e dello stato d’animo dell’artista -.

 

Nei suoi recenti autoritratti lo sguardo sembra "che guardi qualcosa che lo spaventa": "il quadro deve cogliere l'attimo vivo, perché deve colpire, non lasciare indifferenti". Infatti, l’artista lega la riuscita dell’opera alla resa dello “sguardo vivo” che dura pochi attimi nel divenire del tempo e dell’essere. Cosicché, mutamenti, della stessa visione retinica come anche interiore (perché cambia il tempo e l’artista stesso) sono impressi dall’ artista nell’attimo prima che essi siano cambiati. Ne risulta un continuo (forse inconscio) trasformare l’opera stessa - che non è mai quindi finita - in un susseguire di aggiungere e togliere. Ciò determina spesso la scontentezza dello stesso artista in un voler inseguire una sua ideale perfezione, e il suo non sentirsi “pronto” - all’altezza del “tempo” -. Spinto, quindi, a dei continui reinizi per un’intera vita.

 

Sviluppando in questo modo innovazioni nell'operare artistico, con personali tecniche e stile, per l'uso del colore, della luce, ma sopratutto, riconoscendo Domenico Signorello per il forte intreccio tra arte e vita che incarna nei suoi lavori.

 

Parlando con l’artista egli spesso dichiara frasi del tipo…. “ non sono ancora riuscito nel mio intento”… oppure …” non mi sento ancora pronto”… Evidenziando l’illimitata e continua ricerca tipica dell’Arte vera!

 

Oggi la figlia, Stefania Signorello (scultrice, insegnante e poetessa) ritiene che il padre faccia parte dei grandi  artisti contemporanei, "non ancora scoperti "  come  tanti altri artisti, annoverati appunto "artisti senza voce", molti dei quali apparteranno alla vera storia dell'arte di domani. Per l’artista Stefania Signorello, l’operato del padre è di inestimabile valore ancor più perché personale e privato: collegato al proprio mondo e alla personale vita. In Domenico Signorello riconosciamo l’arte vissuta appieno come vitale esistenza inscindibile: l’arte come modo di essere se stessi – quello che si è realmente -, l’artista che lotta per rimanere tale nonostante la realtà contemporanea. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PERSONAGGIO: L’ARTE COME TERAPIA

 

Artista dal carattere rigoroso, vivace e sveglio; amante della giustizia, ricercatore della verità, schivo ai compromessi, seguace di antiche saggezze e filosofie di vita; da sempre, attento ai particolari e al ragionamento logico, ma al tempo stesso sostenitore della gioia di vivere, dell’allegria e della maestosità. Artista sicuramente non semplice perché legato infinitamente al concetto di “puro”. Tale natura gli ha procurato non pochi problemi fino al punto da travisarne lo spirito: spesso l’artista è stato scambiato per uomo caparbio e dal carattere duro, tanto da far sentire qualcuno autorizzato a pregiudicare i diritti stessi dell’artista. Infatti, in tanti momenti della propria vita egli anziché cadere vittima, contrariamente - da battagliero - ha protratto la spada mantenendo intatto il suo essere, rispecchiando così la sua innata personalità e il suo carattere. Reduce di rapporti difficili dati da incomprensioni reciproche e dalla sua inclinazione a non dover perdere solo per il piacere di altri.

Spinto all’isolamento da diverse vicende familiari ed esterne, l’artista non ha mai smesso di ricercare la famigerata “tranquillità” e “l’armonia” rispecchiando nell’arte l’amore per l’intelligenza e la coerenza del suo vivere.

Pian piano portato a vivere di stenti si è dedicato esclusivamente alla sua arte trovando in essa un riscontro di benessere e piacere.

Ricercatore appassionato della verità, attento alla realtà, osservatore del reale, l’artista da sempre, in un crescente bisogno, trova una personale soddisfazione nel registrare graficamente tutto ciò che lo circonda, attribuendo all’operare artistico la magia di far dimenticare tutti i problemi, per dedicarsi completamente ai problemi del visivo senza limiti di tempo. L’artista dichiara di aver sempre visto l’arte come un operare personale e non come un mezzo per diventare ricchi o famosi.

 

 

Spesso, durante il corso della propria vita, l’artista ha dovuto lottare con chi puntualmente cercava di estorcergli le proprie cose, negandogli i propri diritti e allo stesso tempo anche il successo, costringendolo così per la sua quasi intera vita a una preziosa perdita di tempo, spreco di talento e ad avere rapporti tesi - fondati non più sulla normale fiducia-. Queste relazioni esistenziali, l’hanno portato ad avere una visione dei rapporti umani disincantata e a volte amaramente cinica: tutto ciò per necessità non certamente per natura. In questa situazione le sue costanti ancore di salvezza sono state la pittura e il disegno, che hanno contribuito a riaffermarlo, consentendogli comunque di conservare la sua identità che gli è stata spesso negata nei rapporti interpersonali.

Quest’affermazione di sé si è rivelata soprattutto nel corso degli anni nella costante forma artistica dell’autoritratto. Esplorato nelle varie declinazioni pittorico/ disegnative, che vanno dal chiaroscuro più classico del “periodo nero” fino all’uso più libero e sperimentale del colore e della forma. In cui troviamo anche accensioni Fauve e quasi espressioniste in alcuni autoritratti dove il colore fa da padrone, nella sempre solida costruzione dei volumi. Mentre in altri autoritratti l’artista ricerca un’armonizzazione tra il segno della grafite e le pennellate della tempera. Ritroviamo anche in altre versioni dell’autoritratto la ricerca di una sintesi grafica, estrema, dove il segno predomina. Tutto ciò nell’arco di un’intera vita dedicata all’autoritratto: una costante e fedele ripresa di se stesso allo specchio, nel passare del tempo, della forma e delle sperimentazioni coloristiche – come a voler dire – “tutto cambia, tutto passa e finisce, ma l’arte rimane “-.

La sua ricerca stilistica mira al superamento del realismo fotografico e che decisivamente lo scarta (poiché l’artista stesso dichiara sono figurativo, ma non fotografico) a favore di un altro tipo di realismo che si realizza nell’espressività del tratto, nella resa volumetrica ottenuta tramite l’uso sapiente del chiaroscuro e la ricerca dell’equilibrio cromatico, rivolti alla resa “viva” dell’espressione visiva e psicologica del soggetto ritratto ( qualunque esso sia, in particolare l’autoritratto).

L’artista mira soprattutto a registrare graficamente tutto ciò che lo circonda, utilizzando il suo personalissimo ed esclusivo stile nel perseguire la sua visione dal vero. Egli sostiene: Io cerco in assoluto… cioè vorrei in primissima esigenza/sequenza riportare ciò che vedo sul foglio, e per tale motivo - per tale ragione - “lotto” nell’intento della resa tridimensionale che deve essere più reale possibile a quello che vedo, che ho davanti ai miei occhi. Ma spesso, anzi quasi sempre, non ne sono per niente contento!, succede così che ripeto all’infinito l’operazione, anche lo stesso lavoro, viene ripetutamente incessantemente ripreso nel tempo. A volte, per esempio, i tratti appaiono all’artista troppo scuri perché appunto vi ha ricercato la verità, intesa anche come resa tridimensionale e spaziale di un insieme che deve risultare con un suo ben preciso equilibrio (“non deve stonare”), allora, l’artista letteralmente “lava” con acqua - e a volte con sapone - il suo lavoro, così da risultare più sbiadito, ma poi, quasi sempre, vi reinizierà - tornandovi sopra - lo stesso procedimento di “ricerca” , nell’intento di riscattarne e ricercarne la “fuoriuscita” grafica del soggetto, nuovamente scurendolo.

Lo stesso artista afferma: Voglio che il soggetto da me ritratto “esca”, venga fuori dal foglio, allo stesso tempo, “colpisca”, impressioni, ed attragga a se l’osservatore.

La sensibilità di Domenico Signorello, per il volume, per il risalto del soggetto nello spazio del quadro, ereditata dalla frequentazione dei maestri reali - artisti componenti la cosiddetta “Scuola di Catania” - come Nunzio Sciavarrello (1918), Francesco Ranno (1907-1986),

Carmelo Comes (1905-1988), Pippo Giuffrida (1912-1977) – e artisti ideali come l’amato Van Gogh.

La sua ricerca disegnativa trova nella ripetizione il mezzo per avvicinarsi a un’ideale ”perfezione”. Nei suoi disegni e nei suoi quadri questa perfezione è perseguita con variazioni, sperimentazioni e innovazioni, ma anche reinizi e trasformazioni dello stesso e sullo stesso lavoro, ripreso nel tempo. Questa pratica operativa porta l’artista a un personalissimo (forse inconscio) risultato – elevato -, nonostante lo stesso consumo e disfacimento dei supporti utilizzati - con impiego particolare di fogli di carte, di tele e supporti vari (come se egli non desse importanza ai materiali in se, ma piuttosto a uno sfogo operato come primaria urgenza provocata dall’incalzare gremito della vita), ed è così che spesso i suoi lavori si presentano con un so ché di “vissuto”, consumato, (con presenza di buchi, tagli… ect. provocati proprio perché in quel momento:  nell’attimo vivo , l’arte, prende il sopravvento -  “ci si dimentica di tutto” - e vince anche sui materiali).

L’artista parla dell’arte come necessità e bisogno; infatti, quando gli si chiede ironicamente se artisti si nasce o si diventa, egli risponde - con una certezza dissacrante che toglierebbe il dubbio al più accanito dibattito - :Artisti si nasce, l’arte è qualcosa che hai dentro.

Egli parla dell’arte come “una forza cui non ci si può sottrarre”…: Quando viene l’ispirazione, devo immediatamente seguirla –afferrando l’attimo - utilizzando i mezzi che ho più a portata di mano, imprimendo ciò che vedo su qualsiasi supporto (giornali, calendari, spesso carte già usate per altri scopi, carte già scritte, quaderni dei miei figli o trovati in giro… ect.); una volta ho fatto un autoritratto imbevendo un fiammifero nella china (aggiungo con strabiliante risultato: tanto che quando me lo ha detto non ci credevo data la fluidità della linea!).

Parlando dell’arte come ”terapia”, lo Stesso artista conferma: “In molti momenti difficili della vita, l’arte può aiutare a superarli”.

 

La costanza del suo lavoro e la mole smisurata nel corso degli anni, unite alla sperimentazione dei mezzi, hanno portato alla produzione, nei suoi autoritratti di una multiforme e diversificata varietà di stili e di soluzioni espressive.

Negli autoritratti di Domenico Signorello sembra - pur superando il limite del luogo in cui sono stati prodotti - trovare una risposta alle esigenze espressive e comunicative del discorso pittorico contemporaneo, divenendo “segno” dei nostri tempi.

 

Sen & Sign

 

 

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Domenico Signorello

 

 

 

L’artista nel suo studio

 

 

 

"Paesaggio della Germania" anni settanta.

 

 

 

 

 

“Veduta dei tetti di Catania,” anni novanta

 

 

 

L’artista all’opera - Agosto 2011

 

 

    

 

"Autoritratto". Agosto 2011 (particolare).